L’importazione del latte: l’Italia ne produce troppo ma le importazioni aumentano. Cosa non funziona?

Nella prima metà di marzo, nella sola Lombardia sono state registrate importazioni di prodotti lattiero caseari per un totale di 29.000 tonnellate di cui 8,6 mila tonnellate di yogurt, 5,7 mila tonnellate di latte pastorizzato, 5 mila tonnellate di latte UHT, 3,6 mila tonnellate di latte liquido crudo, 2,7 mila tonnellate di formaggi freschi, 1,2 mila tonnellate di latte in polvere, e 1000 tonnellate di cagliata di origine bovina. Si tratta di cifre troppo elevate rispetto al consumo nazionale e rispetto alla produzione nazionale che è già in esubero. Un’anomalia che coinvolge tutta l’Italia, basti pensare che la produzione di latte in Sicilia copre il 20% dei consumi della Regione, ma si registrano esuberi, esasperati anche dalla crisi sanitaria che ha interrotto il ritiro del latte dalle aziende produttive verso i trasformatori contribuendo a aumentare la quantità di latte in circolazione.

Favorire il consumo di latte italiano e tamponare le importazioni

L’eccesso di importazioni è un danno per la produzione nazionale, soprattutto nei periodi di emergenza – come quello innescato dal coronavirus – in cui le attività del comparto turistico, della ristorazione e alberghiero sono chiuse o limitate. In stati emergenziali, le associazioni imprenditoriali auspicano che si inneschi un meccanismo automatico per cui si predisponga una sospensione delle importazioni a favore della produzione locale, sostituendo i prodotti lattiero caseari provenienti dall’estero con le materie prime locali e non viceversa. Inoltre, sempre nell’ottica di smaltire la produzione in esubero, gli stessi produttori locali dovrebbero responsabilmente ridurre in modo razionale e sostenibile la produzione per controllare anche meglio il prezzo di vendita del latte sugli scaffali della grande distribuzione.

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