Cibi monoporzione contro lo spreco alimentare

Le indagini di mercato nell’ultimo biennio rivelano una crescita del consumo di cibi monoporzioni, sinonimo di un cambiamento sostanziale delle abitudini delle famiglie, della composizione dei nuclei familiari e di nuove  problematiche sull’impatto ambientale. I nuclei familiari sono sempre più ridotti, cresce la tendenza a pianificare le scorte e la spesa giorno per giorno, aumenta l’acquisto di prodotti e confezioni monoporzione che, contestualmente, implicano un aumento della produzione di scarti e imballaggi in apparente controtendenza con la crescente sensibilità ambientale che spinge a ridurre il volume degli imballaggi. Eppure, i temi sono molto correlati tra loro e non completamente in opposizione.

Perché aumenta il consumo di cibi in confezioni ridotte

Il rapporto Coop 2019 evidenzia e conferma il trend in crescita della domanda di cibi in porzioni ridotte e soprattutto già lavorate o semi-lavorate, come la frutta o la verdura giù pulita e imbustata, o le monoporzioni di formaggi che hanno registrato un vero e proprio boom, insieme agli snack, ai biscotti, i sughi pronti. Una ricerca condotta da Mintel Group dal titolo “Opportunities for single packs in food” aggiunge un ulteriore elemento relativo all’età dei consumatori di cibi monoporzione: i giovani e i single. Entrambe le categorie prediligono i cibi e i prodotti in confezioni ridotte per evidenti esigenti di gestione delle scorte, ma anche perché dichiarano di amare e sperimentare ingredienti e ricette alternative che comporta la scelta delle monoporzioni senza vincoli di consumo.

Le confezioni ridotte hanno, però, il limite di un esubero di produzione di imballaggi con conseguente impatto sull’ambiente. La plastica è il materiale più utilizzato per la maggior parte del confezionamento di bevande e cibi (il 76% sul totale) e la tendenza all’acquisto di prodotti singolarmente confezionati incrementa il rischio di inquinamento. Allo stesso tempo, però, le soluzioni tecnologiche e innovative messe a punto per migliorare la qualità del packaging e la ricerca di materiali alternativi, come per esempio, le confezioni con materiali ibridi parzialmente compostabili vanno nella direzione di garantire una maggiore sostenibilità con minor impatto sull’ambiente. Se da un lato aumentano i volumi di rifiuti dovuti al contestuale incremento del consumo di cibi monoporzione, dall’altro si tratta di rifiuti sempre più gestibili e riciclabili a ridotto impatto ambientale.

Il controllo dello spreco alimentare

Le monoporzioni raccontano un’evoluzione sfaccettata della società e una pluralità di interpretazioni sul fronte ambientale, sul riciclo e il riuso dei materiali di imballaggio. Un’ulteriore sfaccettatura riguarda l’effettiva riduzione delle eccedenze e degli sprechi alimentari: si acquista solo ciò che si consuma realmente. Il rapporto Waste Watcher 2020 redatto da Last Minute Market/Swg evidenzia un calo del 25% dello spreco alimentare nelle famiglie. Il dato rivela non solo un cambiamento delle abitudini, ma anche una reale tendenza al risparmio (lo spreco alimentare ha un costo nei bilanci familiari pari a 4,90 € alla settimana, nel 2019 il valore si attestava su 6,60 € settimanali). L’acquisto di prodotti  monoporzione spesso coincide con l’acquisto solo di prodotti e alimenti di cui si è certi di poter consumare.

Un’altra ricerca internazionale condotta dal NOFIMA Norwegian Institute of Food – ha comparato l’impatto ambientale dello spreco alimentare con quello degli imballaggi e il risultato è incoraggiante: se i rifiuti vengono smaltiti correttamente, le ripercussioni sull’ambiente sono assolutamente ridotte e irrilevanti. I ricercatori, anzi, giungono alla conclusione che l’uso delle monoporzioni possa addirittura essere adottata come strategia o modalità – sia per le famiglie che per i single – per ridurre, prevenire o contrastare lo spreco alimentare, nonché mantenere sotto controllo le ripercussioni sull’eco-sistema. Confezioni ridotte e sostenibilità non sono dunque in netta opposizione.

Il problema è la sovrapproduzione di cibo

La gestione degli imballaggi, la produzione dei rifiuti alimentari, lo spreco sono conseguenze minori rispetto al problema dominante  a monte: la sovrapproduzione alimentare.

Uno studio AXA sull’urbanizzazione stima che il 60% della popolazione mondiale abiterà nei centri urbani entro il 2030 e cresce la popolazione urbana della classe media nei paesi emergenti e in via di sviluppo. Una simulazione condotta con l’uso dei dati della Banca Mondiale e dell’UNEP evidenzia che in queste condizioni e con queste prospettive future, i rifiuti pro-capite nelle aree urbane è destinato a superare il 40% rispetto alle zone rurali e in particolare, l’incremento dei rifiuti plastici sarà del 15%. Lo scenario – se confermato dai trend attuali di consumo – indica che l’aumento degli imballaggi – dovuto anche all’incremento delle vendite di cibi e prodotti monoporzione – è sinonimo di una eccessiva produzione alimentare. Il cibo non consumato e gettato non sempre è compostabile: prodotti da forno e ortofrutta sono generalmente conferiti negli impianti di compostaggio, ma gli alimenti confezionati sono destinati alle discariche o agli inceneritori. In conclusione, il mancato ridimensionamento dell’offerta di cibo rispetto alla reale domanda comporterà di dover affrontare il problema dello smaltimento dei rifiuti, soprattutto quelli non riciclabili senza dimenticare che i formati ridotti di confezionamento possono risultare utili sotto molti altri aspetti, ma producono pur sempre un maggior numero di unità di confezionamento per grammo di prodotto da smaltire.

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