Non solo made in Italy: la qualità dei prodotti italiani

Il particolarismo, il regionalismo e il localismo di alcuni prodotti dell’eccellenza agro-alimentare italiana dominano le vendite nei mercati nazionali ed esteri, al punto tale che la denominazione “Made in Italy” è fin troppo riduttiva per alcune specialità tipiche locali profondamente radicate nel territorio. Le aziende, in particolar modo, dove maggiormente si evidenzia la specificità territoriale è il comparto agro-alimentare, soprattutto quello del settore lattiero-caseario, dei pastifici e della torrefazione.

L’evoluzione del gusto e del consumo in Italia

La grande distribuzione comincia a fare sempre più spazio a prodotti alimentari legati a una specifica zona: un fenomeno che era già nell’aria, ma che apparteneva ancora a una nicchia di consumatori particolarmente sensibili alle realtà locali e affezionati al concetto di prodotto a “km 0”; in seguito alla pandemia e al susseguirsi delle chiusure e delle limitazioni di movimento, il parterre di consumatori che si sono necessariamente legati ai prodotti del territorio di appartenenza sono cresciuti esponenzialmente (+62%) sia per necessità che per sostenere le piccole economie locali.

L’emergenza sanitaria ha dunque dato un’accelerata a un processo già in corso, rendendola una realtà più capillare e consapevole. I dati IRI, precedenti alla pandemia, rivelano che i marchi e le specialità territoriali componevano l’8% delle vendite alimentari, e in alcune regioni come la Sardegna, la quota superava il 10%, in parte anche per ovvie ragioni logistiche e geografiche.

Bisogna dire che le stesse grandi aziende italiane dell’agro-alimentare che superano il milione di euro in fatturato annuo (circa 690 aziende) sono fortemente radicate sul territorio e sono grandemente legate alla propria identità regionale sia come prodotto che come vendite (basti citare l’Arborea in Sardegna o la Citterio in Lombardia); la stragrande maggioranza di PMI e piccole aziende del comparto concentrano le loro vendite per il 70% nella propria regione, pur rimanendo competitive stando al passo con le tendenze del mercato e investendo su tecnologia e innovazione dei processi produttivi.

Il dilemma della grande distribuzione e di poter raggiungere altri mercati è, poi, gestito dai gruppi distribuitivi presenti sul territorio che a loro volta “raccolgono” l’assortimento dei prodotti locali e provvedono a fornire grossisti e retailer sia in prossimità che su tutto il territorio nazionale e sempre più frequentemente estero, come nel caso del gruppo D.IT: la catena di soci e fornitori permette di differenziare l’offerta, di incrementare le quote di mercato pur mantenendo la tipicità e l’artigianalità dei prodotti, ma a prezzi accessibili; nascono così linee e “selezioni” di prodotti tipici dalle birre artigianali alla pasticceria, ai salumi e formaggi locali.

Come le realtà locali diventano nazionali

Le specialità regionali – dominate soprattutto dai formaggi e prodotti caseari tipici – quando riescono a uscire dalla realtà territoriale per essere apprezzati fuori dalla regione e persino all’estero, attraggono inevitabilmente i grandi gruppi industriali che a loro volta desiderano dare sempre più qualità alla propria produzione o ampliarsi con un brand di nicchia, ma forti della propria capillarità distributiva e dei processi produttivi in grado di soddisfare il mercato senza alterare la qualità “artigianale” dei prodotti che inglobano nella propria linea produttiva. È il caso del gruppo Parmalat che all’interno del mercato del latte fresco non si pone come produttore con un marchio proprio, ma si propone ai brand locali come sostegno in stile consorzio lasciando inalterata l’identità dei brand locali a cui il consumatore è affezionato, ma allo stesso tempo “esportando” il prodotto fuori dalla propria nicchia: è il caso della Lactis di Bergamo, Latterie Friulane in Friuli o della Berna in Campania. È anche una strategia di marketing per punta al legame emotivo tra il consumatore e il proprio territorio.

Vi sono, poi, aziende regionali particolarmente dinamiche con “ambizioni” sovraregionali e che mirano a sfidare anche i competitor sul mercato nazionale e internazionale, forti della propria eccellenza e produzione di qualità. Inizialmente si punta tutto sulla poca quantità limitatamente alle risorse, ma con livelli di qualità eccellenti da giustificare anche i costi alti: il ritorno di investimento genera dei fatturati tali che la produzione si può ampliare, l’orizzonte di mercato si amplifica senza rinunciare ai processi produttivi che hanno condotto alla realizzazione di un prodotto di qualità eccellente. È proprio il caso dei prodotti della filiera del latte: tra le aziende più radicate sul territorio e allo stesso tempo più proiettate verso l’esterno ci sono quelle del settore lattiero-caseario che costituiscono il 70% della quota dei marchi locali più sparsi sul territorio nazionale ed estero. 

Tutto questo dinamismo che parte da piccole realtà locali introduce un nuovo concetto di Made in Italy, un marchio talvolta generico e riduttivo per indicare la varietà e la specificità delle eccellenze gastronomiche italiane.

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